Luigi Pirandello e la libertà della creazione di PIERO MELI

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ARTICOLO DI  su “LA SICILIA” del 6 luglio 2017

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DI PIERO MELI

L’agrigentino contro «un’arte dei nostri tempi» come voleva Mussolini

Lo scrittore in un’intervista su una rivista del 1927 «Non si può per intenzione, fare dell’arte fascista»
Come definire se non “pirandelliano” l’atteggiamento della critica nel momento in cui si sostiene l’esistenza di un Pirandello dalla doppia identità? Proprio così. Da una parte quella di uomo, dall’altra quella di artista; ognuna per conto proprio. Una specie di dottor Jekyll e mister Hyde: in pubblico fascista dichiarato e nel segreto della creazione artistica insofferente, ironico e sarcastico verso il regime. Un ritornello che risale al 1953 all’epoca di uno dei primi saggi di Leonardo Sciascia. Ma è davvero impossibile conciliare la biografia di Pirandello col significato della sua opera, come sostiene Nino Borsellino? Domanda rimasta senza risposta. Perché nessuno ha cercato di darsela. Piuttosto che tentare una possibile saldatura si è preferito operare in direzione di una netta contrapposizione tra biografia e opera. Il Pirandello fascista imbarazza tutti. Soprattutto perché grava su di lui il pesante giudizio di Leonardo Sciascia che in nome del proprio personale antifascismo condannò la scelta politica dello scrittore come un gesto «non certo ispirato da senso civile e da profonda moralità».
Succede perciò che nella foga di alleggerire al Pirandello la patente di fascista, la critica non ha fatto altro che strabuzzare gli occhi nella ricerca affannosa nell’opera dello scrittore di indizi, prove, allusioni, episodi che deponessero per il contrario. Questo lavoro di affastellamento di prove a discarico non ha prodotto alcunché, tranne quello di sminuire la figura morale dello scrittore fatto passare, per togliere ogni piena convinzione alla sua adesione al fascismo, ora per un opportunista, ora per un ingenuo e addirittura per un minchione in politica se è vero, come sostiene Elio Providenti, che «fu vittima spesso della propria dabbenaggine». Insomma fumi e ancora fumi. Né poteva essere altrimenti. Per la semplice ragione che Pirandello fu uno scrittore che aderì al fascismo ma non fu uno scrittore fascista. Anzi. Fu contro, e apertamente, un’«arte fascista». Nessuna contraddizione dunque tra la vita e l’opera di Pirandello. Politica e arte sono due cose per lui estremamente diverse. Basta frugare tra gli scritti del commediografo agrigentino per accertarsene. Uno di questi scritti risale al 6 novembre 1924, due mesi dopo l’adesione al fascismo. È un’intervista rilasciata a un giornalista viennese, nella quale Pirandello dice che in materia d’arte non riconosce né leggi né intenzioni, perché ogni intenzione «racchiude in sé qualcosa di antiartistico». Concetto ribadito in un articolo su “Quadrivio”del 6 agosto 1933 e nel discorso di apertura del convegno “Volta”del ‘34 dove escluderà in maniera categorica la possibilità di «un’arte dei nostri tempi» come voleva Mussolini. Dovrebbe essere chiaro anche ai bambini che queste idee sull’arte sono in aperto contrasto, in pieno dissenso con le direttive di regime e con quanto Mussolini ebbe a dichiarare nel suo discorso all’Accademia di Perugia il 5 ottobre del ’26, nel corso del quale propugnò «un’arte nuova, un’arte dei nostri tempi, un’arte fascista». Ma a spazzare via, definitivamente e in maniera esplicita, ogni dubbio sulla presa di posizione di Pirandello contro l’arte intenzionale (sia fascista che antifascista ovviamente) interviene una clamorosa sconosciuta dichiarazione dello scrittore che abbiamo scovato nel numero di marzo 1927 della rivista palermitana “L’Arte Fascista”. Si tratta d’un pezzo di intervista che lo scrittore agrigentino rilasciò al giornalista Umberto Gentili de “L’Impero”e riprodotta dalla rivista nell’ambito di una inchiesta dal titolo “Idee e opinioni sull’arte fascista”. Ecco l’opinione di Pirandello, accanto a quelle di Arnaldo Mussolini, Corrado Pavolini e Franco Ciarlantini: «L’arte non può avere un fine che in se stessa, dargliene un altro significa ucciderla, distruggerla. Non si può, per intenzione, fare dell’arte fascista; facendolo, si fa della polemica e nient’altro». Una dichiarazione ineccepibile che azzoppa di colpo più di mezzo secolo di critica pirandelliana, appiattita su una fantomatica inconciliabilità tra biografia e opera, rovesciando così il ritratto che ha consegnato Sciascia di un Pirandello debole e incapace di reagire al regime fascista. Il tempo, si sa, è galantuomo. Pirandello s’è ripreso l’altra sua metà.

 

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